Aleksei Navalny è morto ieri durante l’ora d’aria nel carcere di Kharp, nella Siberia del Nord, probabilmente per un ictus provocato da un’embolia arteriosa. Questo almeno secondo le notizie ufficiali che filtrano dalla colonia penale IK-3 (conosciuta da tutti come «Lupo polare») dove il blogger che era diventato il principale oppositore di Putin era arrivato a Natale.
Ma i suoi collaboratori, i familiari e buona parte dell’opinione pubblica internazionale hanno pochi dubbi. Qualcuno pensa addirittura che sia stato assassinato mentre la maggior parte ritiene che comunque Navalny sia deceduto per tutto quello che gli è stato fatto. Prima l’avvelenamento col Novichok, una sostanza nervina; poi il carcere con privazioni che a noi appaiono inimmaginabili. Condannato a 19 anni (ma sul suo capo pendevano altre accuse), era finito dentro nel gennaio del 2021. In totale aveva passato ben 300 giorni in cella d’isolamento per quelle che i suoi denunciano come mancanze ridicole o accuse pretestuose. «Il detenuto non aveva allacciato l’ultimo bottone della giubba», 15 giorni in isolamento. «Navalny ha insultato il tenente Nejmovich chiamandolo così anziché usare il nome e il patronimico», 15 giorni. «Il prigioniero ha pulito male il cortile», 15 giorni. In queste celle speciali il letto viene alzato e bloccato contro il muro al mattino e per tutto il giorno i reclusi non possono stare né sdraiati né seduti. Il cibo fornito era «pessimo e scarso», ha raccontato la sua portavoce Kira Yarmysh.
Da un anno e mezzo non gli era stato consentito di incontrare o parlare per telefono con la moglie e i due figli. I tre avvocati, che incontrava con una certa regolarità, sono stati a loro volta accusati di estremismo. Due sono in galera e uno è fuggito all’estero.